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Jerry Calà: “Preferisco buttarmi”

Jerry Calà ha messo a segno un altro bel colpo. E io non pago – L’Italia dei furbetti, di cui è coprotagonista insieme a Maurizio Mattioli, Maurizio Casagrande e Valeria Marini per la regia di Alessandro Capone, è approdato da qualche giorno nelle sale cinematografiche e sta facendo ottimi numeri. La gente ha saputo coglierne l’essenza: la risata che svela gli altarini e diventa denuncia sociale, la voglia di descrivere un momento storico con i modi tipici della commedia all’italiana degli anni Ottanta, la capacità di raccontare quella fetta del Paese che s’infila nell’imbroglio ma che non va condannata a priori perché non sempre l’imbroglio è fine a se stesso: a volte può anche essere figlio di un tormentato bisogno. Jerry interpreta il gestore di un locale alla moda a Poltu Quatu, in Sardegna, che conduce la propria attività in modo “non proprio limpido – spiega – perché spinto dalla necessità. Per certi versi lo difendo, lo guardo con occhio benevolo perché rappresenta coloro che devono commettere qualche peccatuccio per tirare avanti la baracca e perché sono assillati dalle troppe tasse“.

Tra l’altro, il tuo personaggio ha poi una sorta di redenzione.

… Incontra un vecchio amico dopo tanti anni, non sa che nel frattempo è diventato un finanziere e gli svela tutte le sue magagne. Anche quando viene fuori la verità, i due mostrano di essere uniti da un’autentica amicizia e lui darà una mano fondamentale per smascherare una truffa ben più grossa, di milioni e milioni di euro.

Gli evasori, da un po’ di tempo, se la stanno vedendo brutta.

“E IO NON PAGO”: LE FOTO

E’ giusto così, ognuno deve pagare quello che c’è da pagare. Come tanti, però anch’io credo che se ci fossero meno tasse e più possibilità di detrarre le spese, probabilmente gli evasori diminuirebbero spontaneamente. E credo anche che la Guardia di Finanza dovrebbe avere un atteggiamento meno duro, non dare troppe cose per scontate: non tutti coloro che hanno una bella barca sono dei ladri, per dirne una. Conosco gente che ormai gira con la dichiarazione dei redditi nel cruscotto dell’auto, ti sembra normale? Non è in questo modo che si conquista la fiducia della gente.

I tempi trattati da questo film sono molto delicati, in effetti. Eppure c’è chi, senza averlo visto, lo ha etichettato come cinepanettone.

Probabilmente si è trattato di pregiudizi iniziali. Poi sono arrivate critiche che mi hanno piacevolmente sorpreso. Comunque io non darei così addosso ai cinepanettoni.

In che senso?

L’Italia è molto provinciale in certe cose, sente il bisogno di tracciare solchi netti e dividere tutti in momenti totalmente definiti. Adesso siamo nella fase in cui si tende a ‘svilire’ il cinepanettone dimenticando che ha permesso ai produttori di guadagnare molto, investendo poi in pellicole più importanti. Ogni genere dev’essere rispettato e criticato per ciò che è. Senza sconfinare.

Nel cast di E io non pago ci sono splendide donne come Valeria Marini, Cecilia Capriotti, Linda Batista…

Abbiamo lavorato in un posto splendido e in un ambiente molto sereno, anche grazie al carattere del regista. Valeria… Beh, Valeria Marini è un ‘ciclone gentile’, sempre amabile con i colleghi e autoironica. Cecilia la conosco da anni, ci siamo ritrovati, è una ragazza molto carina… e molto telefonica. Le ragazze di oggi passano un sacco di tempo col telefono, ma per fare cosa? Con chi devo parlare (ride, ndr)?

E Linda?

Linda mi fa ammazzare dal ridere. Le danno sempre ruoli da dura ma in realtà lei è di una simpatia trascinante. Devo dire, comunque, che sono stato benissimo con tutto il cast: anche con Mattioli, Casagrande, Salvi. Tutti.

Tu continui a fare musica dal vivo, anzi adesso è la tua attività principale.

Sì, ho costruito uno spettacolo dal vivo, Non sono bello… Piaccio, e lo porto nei locali e nei teatri. Racconto la mia carriera attraverso la musica, partendo dalle canzoni dei Gatti di Vicolo Miracoli. Piace molto al pubblico, è vero. Ne sono felice.

Il Jerry privato è molto diverso dal Jerry pubblico?

Beh, sì, altrimenti sarei uno scemo (ride, ndr)! Però qualche tratto in comune c’è, a cominciare dalla voglia di ridere e dal senso dell’umorismo. Mi dedico alla famiglia: l’ho costruita in età matura e non voglio che mia moglie e mio figlio sentano in alcun modo la mia mancanza. Per questo faccio anche rinunce professionali, che però non mi pesano affatto.

Tuo figlio Johnny ti assomiglia?

Abbastanza. Anche lui è spiritoso. A volte mia moglie ci guarda e sospira: ‘Ne ho due!’. Giochiamo alla playstation, a pallone, cerco di stargli vicino in tutti i modi possibili.

Un aggettivo che non vorresti fosse mai associato al tuo nome?

“Superficiale”: forse è questa la differenza più grande fra la persona e il personaggio. Io non sono affatto superficiale.

Come vorresti ti ricordassero fra cinquant’anni?

Aspetta che mi tocco le p…!

Vabbè, facciamo cent’anni!

Come un bravo attore della commedia all’italiana. Vorrei che dicessero che ho lasciato un grande segno nei giovani del mio tempo.

Quanto è importante l’amicizia nella tua vita?

Tanto. Ho pochi amici ma buoni, sono quei rapporti nati durante l’infanzia e l’adolescenza. Quelle persone che non si sono mai allontanate da me. Poi i Gatti, naturalmente: Umberto Smaila, Franco Oppini, Ninì Salerno.

… E Mara Venier.

Ah, Mara è una sorella e Nicola (Carraro, ndr) un fratello!

Come si fa a costruire un’amicizia così forte dopo aver vissuto un amore insieme?

E’ possibile se alla base c’è un legame davvero solido, una comunità d’intenti, stima reciproca. Devo dire, però, che il segreto l’ha trovato lei.

Cioè?

Dopo che è finita la nostra storia, io continuavo a cercarla. Allora lei mi ha detto: ‘facciamo una cosa, sentiamoci fra un anno esatto‘. Così è stato: abbiamo segnato la data e c’è stata la telefonata esattamente un anno dopo. Il nostro rapporto si era magicamente trasformato. Mara ha avuto un colpo di genio.

Nel ’92 hai avuto un terribile incidente automobilistico che ti ha cambiato la vita: soddisfatto di come sei oggi?

Quell’incidente ha avuto come conseguenza una svolta caratteriale. Prima ero ossessionato dalla carriera e dai risultati dei miei film. Da allora in poi ho imparato a lavorare con ‘scioltezza’. Sono cresciuto molto professionalmente, ho fatto tante esperienze diverse. Mi sono buttato e continuo a farlo. Ogni tanto qualcuno mi domanda se vorrei dimenticare quell’incidente e io rispondo sempre un ‘no’ secco.

Meglio ricordare?

Sì. Voglio ricordare e andare avanti per la mia strada. E chi se ne frega.

Foto by http://www.jerrycala.com

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