Scriveva, scriveva sempre. Scriveva perché farlo la faceva sentire viva; scriveva perché: “Si nasce costituzionalmente poeti. È più passionale, ha un erotismo superiore e una maggiore sensibilità, con un senso di autodifesa incredibile e di riservatezza di ciò che è il proprio sentimento. La poesia è anche un grande sforzo di volontà e non deve essere scambiato per una donazione agli altri, è un modo di essere” (@credits “Il Fatto Quotidiano”).
Non serve aggiungere altro, Alda Merini non ha bisogno di fronzoli e lunghi giri di parole. La sua carriera, la sua intera vita sono sono custodite nel mondo sospeso della poesia e delle parole: “Se dico “Sei colpevole”, ti condanno per tutta la vita. Se dico “Ti amo”, puoi essere mio per tutta la vita. A volte la parola può essere eterna, nella poesia deve avere grinta, essere incisiva, deve graffiare” (@credits “Il Fatto Quotidiano”).
La sua casa era come la sua anima: c’era confusione, c’era bellezza, c’erano le parole. Sì perché sulle pareti, soprattutto quella dietro il suo letto, c’erano scritte, disegni e numeri di telefono, tutti realizzati rigorosamente con il rossetto rosso. La sua firma, il suo colore. Immortale.
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