Amanda Lear sui look copiati di Madonna e il flop con Adriano Celentano: «Era superstizioso, diede la colpa a me»

Immagine: Bert Verhoeff for Anefo (via Wikimedia Commons) (CC0)

C’è un momento, durante certi eventi estivi, in cui il gossip smette di essere chiacchiera e diventa storia viva. È successo il 23 agosto 2026 a Seravezza, davanti al magnifico Palazzo Mediceo, sede del Versilia Cult: Amanda Lear ha preso la parola e, con la sua consueta ironia tagliente e il sorriso di chi sa benissimo di avere storie da raccontare, ha ripercorso decenni di carriera tra icone assolute, set cinematografici disastrosi e un’accusa di iella che non ti aspetti. Il tema degli amanda lear madonna look copiati ha tenuto banco, ma è stato solo l’antipasto di una serata ricchissima di aneddoti.

La regina del cabaret sul palco della Versilia

Seravezza non è certo Hollywood, ma quando arriva Amanda Lear qualsiasi location si trasforma in un set degno di lei. L’evento organizzato dal Versilia Cult davanti a Palazzo Mediceo ha offerto al pubblico presente qualcosa di raro: la possibilità di ascoltare una delle figure più affascinanti e sfuggenti dello showbiz internazionale raccontare sé stessa senza filtri, senza uffici stampa che frenino le parole, senza quella cortina diplomatica che di solito avvolge le interviste dei grandi nomi.

Amanda Lear è una di quelle personalità che non ha bisogno di presentazioni lunghe, eppure merita che si ricordi almeno il perimetro della sua leggenda: artista, attrice, modella, conduttrice, cantante, amica e musa di Salvador Dalí, collaboratrice e figura orbitante attorno all’universo di David Bowie. Una carriera che ha attraversato decenni, continenti e generi artistici con una disinvoltura che fa quasi girare la testa. E che, a quanto pare, ha anche ispirato qualcuna delle popstar più potenti del pianeta — anche se quest’ultima non si è mai presa la briga di dirlo ad alta voce.

Madonna e i look copiati: la versione di Amanda Lear

Partiamo dall’argomento che ha fatto più rumore, quello che rimbalza sui social con la velocità di un ritornello orecchiabile: il rapporto — tutto a senso unico, secondo Amanda — tra i suoi look anni Settanta e l’estetica di Madonna. La Lear ha dichiarato senza mezzi termini che la regina del pop si è ispirata ai suoi look disco degli anni Settanta per l’album Confessions On a Dancefloor, uscito nel 2005.

Per chi non lo ricordasse, Confessions On a Dancefloor è uno degli album più celebrati della carriera di Madonna: un omaggio dichiarato alla disco music, alle piste da ballo, a quell’estetica luccicante e fisicamente esplicita che aveva dominato i club di tutto il mondo tra la fine degli anni Settanta e i primissimi Ottanta. Un’estetica che Amanda Lear aveva incarnato — e, a suo dire, praticamente inventato — molto prima che Madonna ci costruisse sopra una delle sue rinascite artistiche più riuscite.

Il dettaglio che Amanda ha citato con precisione è quello dell’acconciatura: la celebre Farrah Fawcett hairstyle, quei capelli biondi voluminosi e mossi che erano diventati un simbolo dell’epoca. Amanda sostiene di averla portata e fatta propria in quel periodo, e di ritrovarne l’eco nell’immagine che Madonna ha costruito per la promozione di quell’album. Non si tratta di un’accusa formale, naturalmente — nessun avvocato è stato chiamato in causa, nessuna causa legale è stata intentata — ma di una rivendicazione di paternità estetica che, nel mondo dello showbiz, vale quanto una firma su un quadro.

È un tema, quello degli amanda lear madonna look copiati, che non nasce dal nulla: da decenni, chi segue la storia della cultura pop sa che le influenze tra artisti sono un fiume sotterraneo che raramente affiora in dichiarazioni esplicite. Amanda Lear, però, è sempre stata l’eccezione alla regola: dice quello che pensa, con eleganza ma senza reticenze, e lo fa con quel sorriso che rende tutto più digeribile anche quando il contenuto è piuttosto pungente.

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La cosa interessante, guardando le fotografie dell’epoca e confrontandole con l’imagery di Confessions On a Dancefloor, è che il parallelismo non è campato in aria. Amanda Lear era una presenza visivamente dominante nella scena disco europea e internazionale degli anni Settanta: i suoi look, le sue copertine, la sua presenza scenica erano all’avanguardia in un’epoca in cui l’immagine era tutto. Che una popstar degli anni Duemila si sia guardata indietro cercando ispirazione in quel periodo è più che plausibile — e Amanda è evidentemente convinta di essere stata una delle fonti principali di quell’ispirazione.

Dalí, Bowie e la costruzione di un’icona

Per capire perché le parole di Amanda Lear abbiano questo peso specifico, bisogna tenere a mente il contesto straordinario in cui si è mossa per decenni. Il suo nome è indissolubilmente legato a quello di Salvador Dalí, il genio surrealista con cui ha avuto un rapporto lungo e complesso, fatto di arte, provocazione e un’amicizia che ha attraversato anni cruciali della sua formazione come personaggio pubblico. Dalí non era tipo da frequentare persone mediocri: la sua cerchia era una selezione severa di eccentrici di talento, e Amanda ne faceva parte a pieno titolo.

Allo stesso modo, il suo legame con l’universo di David Bowie la colloca in un punto preciso della storia della cultura pop: quello in cui la musica, la moda, l’arte e la performance si fondevano in qualcosa di nuovo e irripetibile. Essere stata parte di quel mondo, averlo vissuto dall’interno, le dà una prospettiva che pochi possono vantare. E le dà anche, probabilmente, la certezza di sapere riconoscere quando qualcuno attinge a quel pozzo senza citare la fonte.

È in questo contesto che le sue parole su Madonna acquistano un senso più preciso. Non è la lamentela di un’artista dimenticata che cerca attenzione: è la rivendicazione di una protagonista che sa esattamente dove si trova nella storia dello spettacolo e che non ha nessuna intenzione di lasciarsi cancellare dalla memoria collettiva. Con tutta la simpatia del mondo, ovviamente.

Il vestito viola e la maledizione di Celentano

Se la storia su Madonna è la parte glamour della serata, quella su Adriano Celentano è la parte che fa ridere — e che dice moltissimo su certi meccanismi dello showbiz italiano. Amanda Lear ha raccontato di aver lavorato con il Molleggiato in un film che si è rivelato un flop, e di come Celentano abbia gestito quella sconfitta in modo, diciamo, creativo.

Immagine: Bert Verhoeff for Anefo (via Wikimedia Commons) (CC0)

La versione di Amanda è questa: sul set indossava un vestito viola. Per chi non lo sapesse, il viola è considerato da molti nel mondo dello spettacolo — soprattutto in quello italiano e in quello teatrale — un colore portafortuna al contrario, una sorta di tabù cromatico che si tramanda di generazione in generazione tra attori, cantanti e tecnici del palcoscenico. Una superstizione radicata, irrazionale quanto si vuole, ma tenacissima.

Ebbene, Celentano — uno degli artisti più grandi e originali che l’Italia abbia mai prodotto, sia chiaro, ma evidentemente anche un uomo di profonde convinzioni scaramantiche — ha attribuito il fallimento del film proprio a quel vestito. E, di conseguenza, alla donna che lo indossava. Amanda Lear si è ritrovata ad essere la capro espiatorio ufficiale di un flop cinematografico, colpevole di aver scelto il colore sbagliato per la sua mise da set.

Il film, tra l’altro, ha avuto conseguenze concrete: ha dovuto essere rifatto utilizzando una canzone diversa. Il che significa che la superstizione di Celentano non si è limitata a qualche borbottio sul set, ma ha avuto ripercussioni pratiche e probabilmente costose sulla produzione. Amanda racconta tutto questo con quella leggerezza ironica che le è propria, ma tra le righe si legge benissimo che la cosa, all’epoca, non deve essere stata particolarmente divertente da vivere.

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C’è qualcosa di profondamente italiano in questa storia: la convivenza tra grandezza artistica e superstizione popolare, tra il genio creativo e il timore atavico del malocchio. Celentano è un artista che ha segnato la storia della musica e del cinema del nostro paese, e il fatto che anche lui si sia inchinato di fronte al terrore del viola lo rende, paradossalmente, più umano. Meno simpatico per Amanda Lear, ovviamente, che si è trovata a fare le spese di questa umanità in modo piuttosto diretto.

Özpetek e il futuro: Amanda Lear non si ferma

Una delle notizie più interessanti emerse dalla serata di Seravezza, però, non riguarda il passato ma il futuro. Amanda Lear ha rivelato di essere al lavoro su un nuovo progetto insieme al regista Ferzan Özpetek, uno dei cineasti italiani più apprezzati a livello internazionale, noto per la sua capacità di mescolare emozione, estetica e complessità narrativa in film che lasciano il segno.

Il solo accostamento dei due nomi è già di per sé una notizia: Özpetek ha sempre avuto un occhio particolare per i personaggi fuori dagli schemi, per le figure che portano con sé storie stratificate e una presenza scenica capace di riempire lo schermo senza sforzo apparente. Amanda Lear è esattamente quel tipo di presenza. Non sappiamo ancora cosa stia prendendo forma tra i due, ma l’attesa è già alta.

È interessante notare come Amanda, a distanza di decenni dall’inizio della sua carriera, continui a generare notizie, collaborazioni e conversazioni. Non è scontato: molti artisti della sua generazione sono diventati oggetti di nostalgia, figure del passato celebrate nei documentari ma distanti dal presente. Lei, invece, continua a essere attuale — non perché insegua le tendenze, ma perché le tendenze, in qualche modo, continuano a tornare da lei.

Perché Amanda Lear è ancora rilevante oggi

C’è una domanda che vale la pena porsi, al di là degli aneddoti divertenti e delle rivendicazioni di paternità estetica: perché le parole di Amanda Lear continuano ad avere questo peso, questa capacità di generare discussione e interesse?

La risposta, probabilmente, sta nella rarità. Amanda Lear appartiene a una categoria sempre più rara di personaggi pubblici: quelli che hanno vissuto davvero, che hanno attraversato epoche e ambienti diversissimi tra loro, che hanno avuto rapporti diretti con le leggende del Novecento — da Dalí a Bowie — e che sono ancora qui a raccontarlo in prima persona. Non attraverso biografie autorizzate scritte da altri, non attraverso documentari costruiti a posteriori, ma con la voce viva, l’ironia intatta e la memoria precisa di chi sa benissimo di custodire storie che altrimenti andrebbero perdute.

La questione degli amanda lear madonna look copiati è in fondo un esempio perfetto di questo: non è solo gossip, è un pezzo di storia della cultura pop raccontato da una testimone diretta. E il fatto che lo racconti con leggerezza, con un sorriso e senza drammi inutili, lo rende ancora più prezioso. Il mondo dello spettacolo ha bisogno di persone così: non di santini, ma di testimoni vivi, capaci di ridere anche di sé stessi mentre raccontano la verità.

Che sia sul palco di un evento estivo in Versilia, su un set con Özpetek o nei ricordi di una collaborazione finita male per colpa di un vestito viola, Amanda Lear resta uno di quegli esseri rari che il tempo non riesce davvero a scalfire — e per cui il gossip, quando è buono come questo, diventa quasi letteratura.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

Redazione VelvetMAG

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