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Bob Mackie, morto il genio dei costumi: da Diana Ross a RuPaul, l’eredità di un’icona

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C’è chi ha cucito la storia dello spettacolo americano con ago e filo, e poi c’è Bob Mackie. Il grande bob mackie costumista e stilista di Hollywood si è spento il 14 settembre 2026 a Palm Springs, California, all’età di 87 anni, lasciando un vuoto enorme in quel mondo scintillante fatto di paillette, piume, cristalli e sogni cuciti addosso alle star più luminose del Novecento. Una carriera durata oltre sessant’anni, nove Emmy Award, un Tony Award, tre candidature all’Oscar per i migliori costumi e un CFDA Lifetime Achievement Award: i numeri da soli non bastano a raccontare chi fosse davvero Robert Gordon Mackie, nato il 24 marzo 1939 a Monterey Park, California, e diventato sinonimo assoluto di glamour senza compromessi.

Un ragazzo di Monterey Park che sognava le stelle

Monterey Park, sobborgo tranquillo della contea di Los Angeles, non è esattamente il posto che ti aspetti come culla di uno dei più grandi geni del costume teatrale e televisivo americano. Eppure è lì che Robert Gordon Mackie aprì gli occhi per la prima volta, il 24 marzo 1939, in un’America che stava ancora uscendo dalla Grande Depressione e si preparava, inconsapevolmente, a vivere l’epoca d’oro di Hollywood. Nessuno, allora, avrebbe scommesso che quel bambino californiano avrebbe un giorno vestito le donne più fotografate, più ammirate e più iconiche del pianeta.

La strada verso il costume non fu un caso: Mackie aveva un talento naturale per il disegno e una sensibilità estetica che emergeva in ogni schizzo. La sua formazione lo portò presto a lavorare a stretto contatto con Jean Louis, uno dei costumisti più raffinati di Hollywood, e fu proprio in quegli anni di apprendistato che Mackie si trovò a collaborare a uno dei momenti più celebri della storia dello spettacolo americano: il vestito indossato da Marilyn Monroe per cantare Happy Birthday, Mr. President al presidente Kennedy nel 1962. Mackie lavorò agli schizzi di quel leggendario abito, un pezzo così aderente e trasparente da sembrare dipinto sulla pelle della Monroe. Non male come biglietto da visita per un giovane costumista agli inizi della carriera.

Fu però l’incontro con Ray Aghayan a segnare in modo indelebile la sua traiettoria professionale e personale. I due divennero partner dal 1963 e collaboratori inseparabili, costruendo insieme una reputazione che non aveva eguali nell’industria televisiva e teatrale americana. Aghayan rimase al fianco di Mackie fino alla sua morte, avvenuta nel 2011: quasi mezzo secolo di sodalizio creativo e umano, un legame che aveva plasmato il gusto di un’intera epoca.

The Carol Burnett Show: undici anni di magia settimanale

Se c’è un capitolo della carriera di Bob Mackie che da solo basterebbe a consacrarlo nell’olimpo del costume televisivo, è quello legato a The Carol Burnett Show. Mackie fu il costumista dello show per tutta la sua durata di undici anni, un record di fedeltà creativa che racconta meglio di qualsiasi premio quanto fosse profondo il rapporto tra lui e Carol Burnett.

Settimana dopo settimana, Mackie doveva inventare, reinventare, stupire. Non si trattava soltanto di cucire abiti belli: bisognava costruire personaggi, comunicare ironia, sostenere la comicità con il linguaggio visivo del costume. E lui lo faceva con una maestria che sembrava naturale, quasi senza sforzo, anche quando dietro c’erano notti di lavoro e migliaia di ore di sartoria. Ogni sketch aveva la sua anima visiva, e quell’anima la disegnava Mackie.

Il momento più celebre di questa collaborazione è diventato un pezzo di storia della televisione americana: il vestito-tenda realizzato per la parodia di Via col vento. Carol Burnett scendeva le scale con un abito confezionato letteralmente con le tende del salotto — bastone della tenda incluso, ancora sul vestito — in una gag che fece ridere milioni di americani e che ancora oggi viene citata come uno dei momenti più geniali della televisione comica di tutti i tempi. Mackie capì immediatamente che il costume non doveva solo essere divertente: doveva essere la battuta. E ci riuscì alla perfezione.

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Quegli undici anni con Carol Burnett non furono soltanto un lungo contratto di lavoro: furono la palestra in cui Mackie affinò la sua capacità di usare il costume come linguaggio narrativo autonomo, capace di parlare al pubblico prima ancora che un attore aprisse bocca.

Cher, Diana Ross e l’arte del vestire le leggende

Se The Carol Burnett Show fu la scuola, le collaborazioni con Cher e Diana Ross furono la consacrazione assoluta. Bob Mackie e Cher formarono uno dei sodalizi più longevi e fecondi nella storia del costume americano: un rapporto che andava ben oltre quello tra stilista e cliente, perché Mackie capiva Cher in un modo che pochi altri artisti avrebbero saputo fare.

Cher era — ed è — una performer che non conosce il concetto di “troppo”. Ogni sua apparizione era una dichiarazione d’intenti, un manifesto estetico, una sfida alle convenzioni. E Mackie era l’unico che sapeva tradurre quella visione in tessuto, piume, cristalli e trasparenze. I suoi abiti per Cher erano costruzioni architettoniche tanto quanto capi di abbigliamento: copricapi monumentali, body ricoperti di pietre preziose, mantelli che sembravano ali di creature mitologiche. Ogni look era pensato per amplificare la presenza scenica di una donna che già di per sé riempiva qualsiasi palcoscenico.

Con Diana Ross, il linguaggio era diverso ma ugualmente potente. Ross portava con sé una grazia e una raffinatezza che richiedevano un approccio più scultorico, più elegante, ma non per questo meno audace. Mackie sapeva come esaltare la silhouette di una performer, come usare il movimento del tessuto per amplificare la danza, come fare in modo che il costume diventasse parte integrante della performance e non semplice ornamento. I suoi abiti per Diana Ross erano pensati per essere visti in movimento, sotto le luci del palcoscenico, e in quel contesto diventavano qualcosa di straordinario.

Queste collaborazioni con le più grandi star femminili dello spettacolo americano fecero di Mackie qualcosa di più di un costumista di talento: lo trasformarono in un autore, in un artista con una voce riconoscibile e inconfondibile. I suoi abiti non avevano bisogno di firma: si riconoscevano a colpo d’occhio.

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RuPaul e la consacrazione pop di un’eredità

La capacità di Bob Mackie di reinventarsi e di restare rilevante attraverso i decenni è forse uno degli aspetti più straordinari della sua carriera. Mentre molti costumisti della sua generazione rimanevano ancorati a un’estetica d’epoca, Mackie continuò a dialogare con le nuove generazioni di performer e con i nuovi linguaggi dello spettacolo.

La collaborazione con RuPaul è l’esempio più luminoso di questa capacità di attraversare il tempo senza invecchiare. RuPaul, l’artista e drag queen che ha trasformato la cultura pop globale con RuPaul’s Drag Race, scelse Mackie come uno dei suoi costumisti di riferimento, e la scelta non era casuale. L’estetica di Mackie — il glamour esagerato, le piume, i cristalli, la teatralità portata all’ennesima potenza — era in perfetta sintonia con la visione di RuPaul, che del costume aveva fatto uno strumento di identità, liberazione e celebrazione.

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In questo senso, la collaborazione con RuPaul non fu soltanto un capitolo della carriera di Mackie: fu una dimostrazione che la sua estetica aveva una rilevanza culturale che andava ben oltre il semplice intrattenimento. I costumi di Mackie avevano sempre parlato di trasformazione, di potere, di identità: non c’era niente di più naturale che trovare in RuPaul il performer che meglio incarnava quei valori.

I premi, i riconoscimenti e il peso di una carriera da leggenda

I numeri della carriera di Bob Mackie sono impressionanti già a una prima lettura, ma acquistano un peso ancora maggiore quando si considera la varietà dei contesti in cui furono conquistati. Nove Emmy Award: un record che racconta decenni di eccellenza nella televisione americana, dall’era dei variety show agli special musicali che scandivano il calendario televisivo delle famiglie americane. Un Tony Award: il riconoscimento del teatro di Broadway, un mondo diverso dalla televisione per ritmi, esigenze e pubblico, ma dove Mackie portò la stessa cura artigianale e la stessa visione creativa.

Le tre candidature all’Oscar per i migliori costumi raccontano invece il rapporto — non sempre facile — tra Mackie e il cinema. Hollywood lo rispettava, lo ammirava, ma il grande schermo non fu mai il suo territorio principale: era la televisione e il palcoscenico a offrirgli la libertà creativa che cercava, la possibilità di lavorare con performer che capivano il valore del costume come elemento narrativo e non semplice accessorio.

Il CFDA Lifetime Achievement Award fu forse il riconoscimento più significativo in termini di eredità: il Consiglio dei Designers di Moda Americani che consacrava Mackie come uno dei grandi della moda e del costume a stelle e strisce, riconoscendo non solo i singoli lavori ma l’impatto complessivo di una carriera che aveva ridefinito il modo in cui l’America si vestiva per lo spettacolo.

Il costume come linguaggio: cosa ci ha insegnato Bob Mackie

C’è una lezione che il lavoro di Bob Mackie ha lasciato in eredità a chiunque si occupi di moda, costume o spettacolo: il costume non è mai neutro. Ogni scelta — il colore, il tessuto, la silhouette, il dettaglio decorativo — è una dichiarazione, un messaggio, una presa di posizione. Mackie lo sapeva meglio di chiunque altro, e per questo i suoi abiti non erano mai semplici vestiti: erano personaggi, erano storie, erano momenti.

Il fatto che la sua estetica sia sopravvissuta così a lungo, che i suoi abiti vengano ancora citati e studiati, che le collaborazioni con Cher, Diana Ross, Carol Burnett e RuPaul continuino a essere punti di riferimento per i costumisti contemporanei, dice tutto sulla profondità della sua visione. Mackie non seguiva le mode: le creava, o le ignorava deliberatamente quando non servivano alla sua idea di spettacolo.

Come bob mackie costumista, il suo contributo alla cultura visiva americana è paragonabile a quello dei grandi scenografi, dei grandi registi, dei grandi compositori: persone che hanno plasmato il modo in cui un’intera nazione ha immaginato e vissuto lo spettacolo. Per saperne di più sulla sua vita e carriera, la pagina ufficiale di Bob Mackie su Wikipedia offre una panoramica completa e documentata.

La notizia della sua morte, avvenuta il 14 settembre 2026 a Palm Springs, ha attraversato il mondo dello spettacolo come un’onda silenziosa ma potente. Perché quando se ne va qualcuno come Mackie, non se ne va solo un artigiano straordinario: se ne va un pezzo di storia, un modo di intendere la bellezza, una voce che ha saputo dire cose importanti attraverso lo strumento più antico e più umano del mondo — un abito cucito addosso a qualcuno che aveva qualcosa da raccontare. E lui, di cose da raccontare, ne aveva infinite.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

Redazione VelvetMAG

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