Quando si dice che la legge fa il suo corso, a volte il percorso porta dritto a un risultato che non tutti si aspettavano — o almeno non tutti speravano. Il Tribunale di Milano ha archiviato la denuncia per diffamazione presentata da Fedez contro il giornalista e conduttore Massimo Giletti, stabilendo che i servizi mandati in onda nel programma Lo Stato delle Cose su Rai 3 rispettavano pienamente i requisiti del diritto di cronaca. Una sentenza che chiude — almeno sul piano giudiziario — una vicenda nata all’inizio del 2025 e deflagrata in modo spettacolare il 26 ottobre 2026, con un botta e risposta pubblico che ha tenuto incollati ai social e agli schermi televisivi migliaia di italiani.
Tutto ha inizio nei primi mesi del 2025, quando Massimo Giletti dedica ampio spazio, nel suo programma Lo Stato delle Cose, ai rapporti tra Fedez e Luca Lucci, capo ultras della Curva Sud Milan, e più in generale ai legami del rapper con certi ambienti criminali milanesi. Non si tratta di un’allusione fugace, di quelle che si fanno e si dimenticano: Giletti costruisce un racconto giornalistico articolato, con fonti, immagini e contesto. Il rapper, che nel frattempo sta attraversando uno dei periodi più turbolenti della sua vita pubblica, non incassa in silenzio e decide di affidarsi alle vie legali, presentando una denuncia per diffamazione.
La querela arriva sul tavolo del Tribunale di Milano, che nel corso del 2026 analizza la vicenda nei suoi elementi essenziali: la verità dei fatti riportati, la pertinenza degli stessi rispetto all’interesse pubblico, e la correttezza formale nella loro esposizione. Tre pilastri che, nella giurisprudenza italiana, definiscono l’esercizio legittimo del diritto di cronaca. Il giudice, alla fine, conclude che tutti e tre i requisiti sono soddisfatti e archivia la denuncia. Per Giletti, un’assoluzione de facto; per Fedez, una sconfitta sul piano legale.
Il diritto di cronaca è uno dei pilastri del giornalismo democratico, ma non è un salvacondotto illimitato. Perché un giornalista possa invocare questa tutela, la giurisprudenza italiana — consolidata in decenni di sentenze — richiede il rispetto di tre condizioni fondamentali: la verità oggettiva dei fatti narrati, la loro pertinenza pubblica, cioè che si tratti di argomenti di genuino interesse collettivo, e la continenza formale, ovvero che il tono e le modalità della narrazione non eccedano quanto necessario all’informazione.
Nel caso dei servizi di Lo Stato delle Cose sui rapporti tra Fedez e Luca Lucci, il giudice ha ritenuto che tutti e tre questi requisiti fossero presenti. La figura di Lucci, in quanto capo della Curva Sud Milan e personaggio già al centro di indagini e cronache giudiziarie, è di indubbio interesse pubblico. I legami tra il mondo dello spettacolo e certi ambienti ultras rappresentano un tema che la stampa e la televisione hanno il diritto — e in certi casi il dovere — di esplorare. Il giornalismo di inchiesta, in questo senso, non può essere silenziato semplicemente perché il soggetto del racconto è famoso e ha i mezzi per reagire legalmente.
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È un principio che vale per chiunque: la notorietà non immunizza dalla cronaca, anzi, in molti casi la amplifica. Chi sceglie la vita pubblica, la ribalta televisiva, i palchi da decine di migliaia di spettatori, accetta implicitamente che la sua figura diventi oggetto di scrutinio giornalistico. Non è una punizione: è la natura stessa della sfera pubblica.
Se la vicenda legale si consuma nei corridoi silenziosi del tribunale, il capitolo più rumoroso si apre il 26 ottobre 2026, quando lo scontro tra i due diventa pubblico, plateale e — diciamolo — abbastanza cinematografico. Fedez prende la parola su Instagram e attacca Massimo Giletti con un termine che non lascia spazio all’interpretazione: lo chiama “feccia“. Un insulto diretto, senza fronzoli, lanciato su un social che conta milioni di follower. Il messaggio è chiaro: il rapper non ha nessuna intenzione di incassare in silenzio la decisione del tribunale né di fare finta che nulla sia successo.
Dal canto suo, Giletti non lascia cadere la provocazione nel vuoto. Il giornalista risponde in diretta televisiva, durante una puntata di Lo Stato delle Cose su Rai 3, trasformando quello che avrebbe potuto essere un semplice scambio di accuse social in un momento televisivo di quelli che si ricordano. La risposta arriva dallo stesso palcoscenico che aveva dato origine all’intera disputa: un dettaglio non privo di una certa ironia narrativa. Giletti, davanti alle telecamere, ribatte alle accuse con la stessa determinazione con cui aveva condotto i suoi servizi.
Il risultato è un duello a distanza che ha animato i social per giorni, con fan di entrambi pronti a schierarsi e commentatori di ogni tipo a offrire le proprie analisi. In un’epoca in cui i conflitti tra personaggi pubblici si consumano spesso in pochi caratteri e spariscono altrettanto in fretta, questa vicenda ha avuto la rara qualità di durare nel tempo, costruendo una narrazione complessa che intreccia diritto, giornalismo, reputazione e — inevitabilmente — spettacolo.
Al centro dei servizi di Lo Stato delle Cose c’è Luca Lucci, figura nota negli ambienti del tifo organizzato milanese come capo della Curva Sud Milan. Il suo nome è già entrato più volte nelle cronache giudiziarie e giornalistiche, rendendolo un personaggio di interesse pubblico indiscutibile. I servizi di Giletti si concentrano sui rapporti tra Lucci e Fedez, e più in generale sui legami del rapper con certi ambienti criminali del capoluogo lombardo.
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È proprio su questo terreno che il diritto di cronaca mostra la sua forza: quando un giornalista documenta connessioni tra personaggi pubblici e ambienti che interessano l’opinione pubblica, e lo fa rispettando i criteri di verità e pertinenza, il sistema giuridico italiano lo tutela. Non si tratta di un privilegio corporativo dei giornalisti, ma di una garanzia per i cittadini: quella di ricevere informazioni su ciò che accade nel mondo che li circonda, anche quando quell’informazione è scomoda per chi ne è protagonista.
Il fatto che il Tribunale di Milano abbia riconosciuto la legittimità dei servizi di Giletti non significa automaticamente che ogni affermazione contenuta in essi sia stata giudicata vera al di là di ogni dubbio: significa che il giudice ha ritenuto che il lavoro giornalistico fosse stato svolto nel rispetto delle regole. Una distinzione sottile ma fondamentale, che distingue il giornalismo di inchiesta dalla diffamazione.
La storia di Fedez contro Giletti solleva una domanda che va ben oltre i protagonisti: fino a che punto un personaggio pubblico può difendersi dalla cronaca giornalistica? La risposta del sistema giuridico italiano, almeno in questo caso, è abbastanza netta: il diritto di cronaca, quando esercitato correttamente, prevale sull’interesse del singolo a non essere raccontato. È una scelta di campo che la democrazia liberale ha fatto da tempo, consapevole che il prezzo del silenzio sarebbe molto più alto di quello dell’esposizione.
Non è la prima volta che un personaggio dello spettacolo italiano si scontra con questa realtà, e non sarà l’ultima. La tendenza a usare le vie legali come strumento per silenziare o almeno rallentare la copertura giornalistica è ben documentata, e i tribunali italiani si trovano sempre più spesso a fare da arbitri in dispute che mescolano reputazione, informazione e potere mediatico. Per approfondire il quadro normativo che regola questi casi, è utile fare riferimento alle analisi di Davide Maggio sulla sentenza, che ricostruisce in dettaglio la motivazione del giudice.
Quello che resta, al netto delle polemiche e degli insulti via social, è una vicenda che ha il merito di aver riportato al centro del dibattito pubblico un tema cruciale: il confine tra la tutela della reputazione personale e il diritto dei cittadini a essere informati. Fedez ha perso la battaglia legale, ma il confronto con Giletti ha comunque tenuto i riflettori accesi su entrambi per mesi. In un certo senso, nel circo mediatico contemporaneo, anche la sconfitta ha il suo pubblico — e il suo palcoscenico.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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