Coronavirus, scuole chiuse: l’eccezione dell’Alto Adige

Le scuole d’infanzia e primaria di lingua tedesca e ladina sono state riaperte in Alto Adige. I bambini di lingua italiana sono invece ancora a casa. I presidi, infatti, hanno opposto il veto all’apertura. Non sono certi di poter garantire la sicurezza. La notizia è riportata dal sito Orizzonte Scuola.

Sono circa 2.000 gli alunni di infanzia e primaria che sono tornati in classe già dal 18 maggio. Scuole riaperte per dare una mano ai genitori, che devono tornare al lavoro, con priorità di rientro per i figli di operatori sanitari e dei servizi sociali. Non ci saranno lezioni ordinarie, perché non si useranno quaderni e libri. Non si faranno compiti e verifiche. I bambini entrano a gruppi: sono a scuola dalle 8,30 alle 12,30, non c’è pranzo né merenda per motivi igienico-sanitari.

Ma nel resto d’Italia cosa sta succedendo? La ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, ha rinviato l’apertura generale delle scuole a settembre. Una scelta in controtendenza rispetto ad altri Paesi come la Germania, la Danimarca, o la stessa Francia, a noi più vicina. Le scuole sono, a detti di molti, un ambiente ideale per lo sviluppo del contagio da coronavirus. Tuttavia crescono fra i docenti, gli allievi, i genitori e, in generale, l’opinione pubblica italiana, forti perplessità sul rinvio a settembre del rientro a scuola.

Basterà la didattica a distanza? È auspicabile sia questa – più online che dal vivo – la scuola italiana del futuro prossimo? Per tanti insegnanti, così come per tanti bambini, assolutamente no. Soprattutto i più piccoli, spiegano pedagogisti, hanno bisogno e desiderano il confronto diretto in aula con i compagni e le maestre. Altro che distanza.

Nel decreto “rilancio” che il governo ha da pochi giorni varato non sembrano esserci, però, segnali incoraggianti. Alla scuola vengono destinati 1,5 miliardi. “La metà di quello che si è deciso (ancora) di perdere con Alitalia“, secondo una caustica affermazione di Ferruccio De Bortoli in un articolo apparso sul Corriere della Sera sabato 16 maggio.

Sull’Università De Bortoli ha poi denunciato una situazione drammatica. “Questa fascia sociale in difficoltà – ha scritto sul Corsera del 16 maggio – sarà costretta a privilegiare il sostentamento immediato e a penalizzare l’investimento in istruzione e formazione dei propri figli. E così, con un capitale umano ulteriormente indebolito, sarà ancora più arduo per l’intero Paese ritrovare la via dello sviluppo senza la quale l’enorme debito accumulato non sarà sostenibile. (…) Basti solo dire che destiniamo all’università appena l’1 per cento del Prodotto interno lordo (Pil). Pochi laureati, alta dispersione scolastica, divari elevati fra Nord e Sud, scarso peso dell’istruzione tecnica e scientifica.”

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma. Segui Domenico su Facebook Segui Domenico su Linkedin

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Tags: Coronavirus

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