C’è un tipo di coraggio che non fa rumore, che non cerca applausi, ma che quando si mostra fa fermare il respiro. Valeria Bigella, ex volto di Uomini e Donne e Temptation Island, lo ha esibito senza filtri il 21 luglio 2026, aprendo il suo profilo Instagram come si apre uno scrigno privato e raccontando ai suoi follower qualcosa che avrebbe potuto tenere solo per sé: il lungo, doloroso e ancora aperto percorso di procreazione medicalmente assistita che sta affrontando insieme al compagno, il cestista Riccardo Moraschini. Due aborti, quattro transfer di embrioni, un protocollo medico estenuante. E, nonostante tutto, ancora la voglia di andare avanti. Se cercate la definizione di tenacia, avete trovato la vostra testimonial.
Per chi non la seguisse dai tempi della televisione, facciamo un passo indietro. Valeria Bigella è entrata nel cuore del pubblico italiano partecipando a Uomini e Donne, il celebre dating show di Maria De Filippi, e poi a Temptation Island nel 2017, quando era in coppia con Alessio Bruno. Quella stagione del docu-reality sull’amore e la fedeltà fu seguita da milioni di spettatori, e Valeria rimase impressa per la sua personalità decisa e autentica.
Dopo la fine di quella relazione, la vita le ha riservato una svolta inaspettata e — diciamolo — piuttosto romantica. Durante il lockdown, quando tutti eravamo incollati agli schermi a cercare connessione umana in qualsiasi forma possibile, Valeria ha incontrato Riccardo Moraschini sui social media. Lui è un giocatore di basket professionista, lei un’influencer con una community affezionata: all’apparenza mondi diversi, ma evidentemente con un’alchimia che funziona. Da quell’incontro virtuale è nata una storia d’amore concreta, solida, che oggi li vede affrontare insieme una delle sfide più impegnative che una coppia possa incontrare.
Viviamo nell’era in cui i social network vengono spesso accusati di mostrare solo la versione patinata della realtà — le vacanze perfette, i tramonti filtrati, i sorrisi a trentadue denti. Valeria Bigella ha scelto di fare l’esatto contrario. Il 21 luglio 2026 ha pubblicato un post su Instagram — visibile direttamente sul suo profilo — in cui ha condiviso con i suoi follower i dettagli del suo percorso di PMA, procreazione medicalmente assistita, senza edulcorare nulla.
Non è stata una scelta facile. Parlare di fertilità, di aborti, di protocolli medici invasivi è ancora un tabù per molte donne, anche nel 2026. C’è chi teme il giudizio, chi non vuole la compassione altrui, chi semplicemente preferisce elaborare in privato. Valeria ha scelto la strada opposta: la condivisione come atto di cura, verso se stessa e verso tutte le donne che stanno attraversando la stessa esperienza in silenzio.
Nel suo post, Valeria ha descritto l’ultimo anno come uno dei periodi più difficili della sua vita. Un anno segnato da speranze, attese, delusioni e ricominciamenti. Un anno in cui il corpo è diventato al tempo stesso il luogo della speranza e il teatro di una sofferenza molto concreta.
I numeri, in certi contesti, hanno un peso specifico enorme. Quattro transfer di embrioni: quattro volte la speranza accesa, quattro volte l’attesa dei risultati, quattro volte il cuore in gola. E due di queste volte, la perdita. Due aborti durante il percorso di procreazione medicalmente assistita: una realtà che chi non l’ha vissuta fatica a immaginare davvero, e che chi l’ha attraversata riconosce immediatamente come un dolore sui generis, fatto di strati sovrapposti.
C’è il dolore fisico, innanzitutto. Valeria ha descritto nel suo post un protocollo medico che include farmaci, iniezioni e isteroscopie operative — interventi chirurgici minimamente invasivi ma pur sempre interventi, che richiedono anestesia, recupero, e una gestione del corpo che diventa quasi un lavoro a tempo pieno. Chi ha affrontato un percorso di PMA sa bene di cosa si parla: il calendario dei farmaci, le ecografie ravvicinate, le analisi del sangue a cadenza quasi quotidiana nei momenti chiave. Il corpo non è più solo il posto dove si abita: diventa un progetto medico.
Poi c’è il dolore emotivo, che è ancora più difficile da descrivere a chi non l’ha vissuto. Ogni transfer porta con sé una promessa implicita. Quando quella promessa si spezza — una volta, e poi ancora una seconda volta — il senso di smarrimento può essere totale. Valeria lo ha detto chiaramente nel suo post: c’è stato un momento in cui si è sentita completamente persa. È una confessione di una onestà disarmante, e per questo ancora più preziosa.
In Italia, la procreazione medicalmente assistita è un tema che negli ultimi anni ha guadagnato maggiore visibilità pubblica, ma che porta ancora con sé un carico di stigma e di silenzi non necessari. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, ogni anno migliaia di coppie italiane si rivolgono ai centri di PMA, eppure le esperienze di chi affronta fallimenti, aborti spontanei durante il percorso o semplicemente la lunga attesa di un risultato positivo restano spesso confinate alla sfera privata.
Il fatto che una persona con una community significativa sui social scelga di raccontare questa esperienza con dettagli concreti — i numeri dei transfer, la natura degli interventi, la descrizione emotiva del periodo — ha un valore che va ben oltre il singolo post. Crea uno spazio di riconoscimento per tutte le donne (e le coppie) che si trovano nella stessa situazione e che magari si sentono sole in un percorso che la società tende ancora a non nominare abbastanza.
Non è un caso che il post di Valeria abbia generato una risposta emotiva così forte. Quando si rompe il silenzio su qualcosa che molti vivono ma pochi raccontano, l’eco è sempre amplificata. E in questo caso, l’eco suonava come un grande “anch’io” collettivo.
Per chi volesse approfondire gli aspetti medici e le tutele legali legate alla PMA in Italia, il Registro Nazionale PMA dell’Istituto Superiore di Sanità offre dati aggiornati e informazioni sui centri autorizzati sul territorio nazionale.
In tutto questo, c’è anche lui: Riccardo Moraschini, il cestista che Valeria ha conosciuto sui social durante il lockdown e che oggi è al suo fianco in ogni senso. Quando si parla di percorsi di PMA, spesso il racconto si concentra sulla donna — perché è il suo corpo a subire le procedure più invasive, perché è lei a portare il peso fisico del percorso. Ma è importante ricordare che si tratta di un’esperienza di coppia, e che il supporto del partner ha un peso enorme.
Valeria non ha fornito dettagli specifici sul ruolo di Riccardo nel suo post, ma il fatto stesso di aver scelto di condividere pubblicamente questa storia — che è anche la loro storia — dice qualcosa sulla solidità del legame. Certi racconti si fanno solo quando si ha una base sicura da cui partire.
La loro storia, nata in modo piuttosto moderno (un incontro virtuale in un momento in cui il mondo era fisicamente bloccato) e cresciuta fino ad affrontare insieme una delle prove più dure che una coppia possa incontrare, ha qualcosa di commovente nella sua ordinarietà straordinaria. Non è una favola patinata: è una storia vera, con le sue rugosità e le sue bellezze.
C’è una parola che ricorre spesso quando si parla di storie come quella di Valeria Bigella: vulnerabilità. Non nel senso di debolezza, ma nel senso opposto — la forza di mostrarsi per quello che si è, senza la corazza delle apparenze. In un panorama social spesso dominato dall’immagine costruita, dalla perfezione performativa, dalla vita che sembra sempre andare benissimo, scegliere di raccontare i momenti di smarrimento richiede una forma di coraggio non comune.
Valeria lo ha fatto con lucidità e con misura. Non ha cercato la pietà, non ha drammatizzato oltre il necessario. Ha semplicemente detto: questo è quello che ho vissuto, questo è quello che sto ancora vivendo, e lo racconto perché forse qualcuno ha bisogno di sapere che non è solo. È una postura comunicativa che, nel mondo del gossip e dello showbiz, è rara quanto preziosa.
E poi c’è la speranza. Nonostante i due aborti, nonostante i quattro transfer, nonostante un anno che lei stessa ha descritto come tra i più difficili della sua vita, Valeria non ha smesso di andare avanti. Questo è forse il messaggio più potente del suo post: non la sofferenza in sé, ma la capacità di non lasciare che la sofferenza abbia l’ultima parola.
La procreazione medicalmente assistita è un insieme di tecniche mediche che aiutano le coppie con difficoltà di concepimento naturale. Include procedure come la fecondazione in vitro (FIV), il trasferimento di embrioni e altri protocolli farmacologici e chirurgici. Si ricorre alla PMA per molteplici ragioni mediche, e ogni percorso è diverso dall’altro.
Secondo quanto condiviso nel suo post Instagram del 21 luglio 2026, Valeria Bigella ha affrontato quattro transfer di embrioni, due dei quali si sono conclusi con una perdita.
Valeria Bigella è in coppia con Riccardo Moraschini, giocatore di basket professionista. I due si sono conosciuti sui social media durante il periodo del lockdown.
Sì, Valeria Bigella ha partecipato a Temptation Island nel 2017, quando era in coppia con Alessio Bruno. Ha anche preso parte a Uomini e Donne.
Il post del 21 luglio 2026 non è un punto di arrivo: è una finestra aperta su un percorso ancora in corso. Valeria Bigella non ha annunciato una gravidanza, non ha dato un lieto fine pronto per essere confezionato. Ha semplicemente detto: eccomi, questo è dove sono, e vado avanti. In un mondo che ama le storie con la morale bella e il finale chiaro, c’è qualcosa di profondamente onesto in una narrazione che si ferma nel mezzo del cammino e dice la verità senza abbellirla.
Quello che rimane, dopo aver letto il suo racconto e dopo aver riflettuto su tutto il contesto che lo circonda, è una sensazione di rispetto genuino. Per la sua scelta di condividere, per la sua capacità di stare nella difficoltà senza cedere al vittimismo, per il modo in cui ha trasformato un’esperienza privata e dolorosa in qualcosa che può fare del bene a chi si trova nella stessa situazione. La procreazione medicalmente assistita è un percorso che in Italia affrontano migliaia di coppie ogni anno, spesso in silenzio. Ogni volta che qualcuno sceglie di parlarne con questa franchezza, quel silenzio si alleggerisce un po’. E questo, in fondo, vale più di qualsiasi numero di like.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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