
C’è un momento in cui capisci che un conduttore ha smesso di improvvisare e ha cominciato a costruire davvero. Per Stefano De Martino, quel momento sembra essere arrivato — e lui non lo nasconde affatto. Ospite del Rumore Festival di Fanpage.it nell’ottobre 2026, il presentatore e direttore artistico di Sanremo 2027 ha scelto di aprire le porte del suo cantiere creativo, raccontando la visione che sta modellando per la kermesse musicale più attesa d’Italia. Il risultato? Un’intervista che ha fatto il giro del web e che, tra una citazione illustre e una dichiarazione d’intenti, ha già cambiato il modo in cui il pubblico guarda al prossimo Festival. Ecco tutto quello che c’è da sapere su Sanremo 2027 e Stefano De Martino, dalla sua bocca.
Il doppio ruolo che cambia tutto: conduttore e direttore artistico
Non è una novità di poco conto: Stefano De Martino non si siederà sul palco dell’Ariston semplicemente per leggere i nomi dei cantanti in gara. Il suo incarico per Sanremo 2027 è duplice — è sia il conduttore sia il direttore artistico del Festival. Una responsabilità enorme, che pochissimi nella storia della manifestazione hanno saputo gestire con la stessa mano. Significa, in parole povere, che De Martino ha voce in capitolo su tutto: dalla selezione degli artisti alla costruzione delle serate, dall’impostazione scenografica alla direzione editoriale dell’intera settimana.
Questo doppio cappello è esattamente il punto di partenza della sua riflessione pubblica. Al Rumore Festival, De Martino ha parlato con la scioltezza di chi sa dove vuole andare — non con l’entusiasmo fumoso del neofita, ma con la concretezza di chi ha già un modello in testa. E quel modello ha un nome preciso, storico, quasi mitologico nel panorama televisivo italiano.
Sanremo 2027 e Stefano De Martino: il faro si chiama Pippo Baudo
Se c’è una citazione che ha fatto drizzare le orecchie agli appassionati di musica e televisione, è questa: De Martino ha dichiarato apertamente di ispirarsi a Pippo Baudo. Non in modo generico, non come omaggio di circostanza — ma come riferimento concreto, quasi programmatico. Stando a quanto riportato da ComingSoon.it e Riviera Time, De Martino ha descritto Baudo come «molto popolare e poco populista» — una distinzione sottile ma cruciale, che dice molto su come il conduttore campano intende il suo ruolo.
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Cosa vuol dire essere popolare e non populista? De Martino lo ha spiegato con una chiarezza disarmante: Pippo Baudo era capace di parlare a tutti senza abbassarsi al livello del minimo comune denominatore. Costruiva un Festival che era grande intrattenimento popolare — accessibile, trascinante, emozionante — senza però cedere alla tentazione di inseguire il gusto facile, il tormentone di stagione, la scorciatoia del consenso immediato. Era, per usare le parole di De Martino, il deus ex machina di Sanremo: un uomo che non aveva paura di costruire il Festival che aveva in testa, anche quando quello significava scommettere su scelte non scontate.
È un ritratto che dice tanto anche di De Martino stesso. Chi lo segue sa che il suo percorso televisivo — da Stasera tutto è possibile a Affari Tuoi, il programma che lo ha consacrato definitivamente al grande pubblico — è stato costruito esattamente su questa logica: intrattenimento di qualità, ritmo, calore umano, senza mai scivolare nel trash o nel sensazionalismo fine a sé stesso. La lezione di Baudo, insomma, non è un’ispirazione nostalgica: è una bussola attuale.
Popolare sì, populista no: la filosofia del Festival che verrà
La formula «popolare, non populista» non è solo un’elegante boutade da intervista. È la dichiarazione d’intenti più nitida che De Martino abbia rilasciato finora su Sanremo 2027, e merita di essere analizzata con attenzione. In un’epoca in cui i Festival — musicali, televisivi, culturali — spesso inseguono la viralità a tutti i costi, il rischio del populismo è reale e documentato: si sceglie l’artista che fa più stream, la polemica che fa più click, il momento televisivo pensato per essere ritagliato in un reel da trenta secondi.

De Martino sembra voler andare nella direzione opposta. Un Festival che sia grande nel senso classico del termine: capace di emozionare il pubblico generalista, di portare all’Ariston artisti che abbiano qualcosa da dire, di costruire serate che abbiano un respiro narrativo — non solo una sequenza di esibizioni. È un’ambizione alta, forse la più alta che si possa avere quando si parla di televisione italiana. E il fatto che De Martino la dichiari pubblicamente, senza ammorbidirla con le solite formule di rito, è già di per sé un segnale interessante.
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Il paragone con Baudo, in questo senso, è illuminante anche per un altro motivo. Pippo Baudo ha condotto Sanremo in epoche diverse, riuscendo ogni volta ad adattare la forma del Festival al contesto culturale del momento senza tradirne lo spirito. Non è un’operazione semplice — richiede una lettura precisa del pubblico, un senso del tempo televisivo che non si improvvisa, e soprattutto il coraggio di non delegare le scelte decisive. De Martino sembra avere ben chiaro questo punto.
Il Rumore Festival: la scelta del palcoscenico giusto
Non è casuale che De Martino abbia scelto il Rumore Festival di Fanpage.it come contesto per queste rivelazioni. Il Rumore Festival è un appuntamento dedicato alla musica e alla cultura pop, frequentato da un pubblico giovane, attento, appassionato — esattamente il tipo di interlocutore con cui un direttore artistico deve saper dialogare se vuole che il suo Festival abbia gambe anche fuori dall’Ariston. Portare lì la sua visione di Sanremo 2027 significa intercettare una generazione che con il Festival ha un rapporto complicato: lo segue, lo commenta, lo smonta e lo rimonta sui social, ma non sempre lo vive come un evento identitario.
De Martino sa tutto questo. E la scelta di un’intervista in quel contesto — piuttosto che in un salotto televisivo tradizionale — racconta qualcosa del suo approccio: diretto, senza filtri istituzionali, capace di andare dove si trova il pubblico invece di aspettare che il pubblico venga da lui. È un’attitudine che ricorda, ancora una volta, la lezione di Baudo: il deus ex machina non aspetta gli eventi, li costruisce.
Cosa aspettarsi da De Martino all’Ariston
Tradurre una filosofia in un Festival concreto è un’altra storia, naturalmente. Ma i segnali che arrivano da questa intervista sono sufficienti per cominciare a immaginare la direzione. Un Sanremo 2027 che non rincorre la viralità ma la costruisce con intelligenza. Un Festival che guarda alla tradizione — quella di Baudo, quella della grande televisione popolare italiana — senza farne un museo, ma usandola come fondamenta per qualcosa di nuovo. Un conduttore che non si limita a fare da cerimoniere, ma che è il vero autore della settimana, con tutto il rischio e tutta la responsabilità che questo comporta.
De Martino ha già dimostrato, nel corso della sua carriera televisiva, di saper reggere la pressione dei grandi numeri — Affari Tuoi ha macinato ascolti record, riportando il preserale Rai a livelli che non si vedevano da anni. Sanremo è un’altra cosa: più complessa, più esposta, più carica di aspettative. Ma se c’è un conduttore italiano che in questo momento ha la popolarità, la credibilità e — stando alle sue stesse parole — il modello giusto in testa, quello è lui. Il cantiere è aperto, la bussola è puntata su Pippo Baudo, e il pubblico è già in attesa. Febbraio 2027 non è poi così lontano.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
