
C’è chi porta i sassolini nelle scarpe in silenzio per anni, e c’è chi — arrivata l’occasione giusta — li tira fuori con la precisione di un cecchino e la grazia di una signora. Selvaggia Lucarelli appartiene decisamente alla seconda categoria, e lo ha dimostrato ancora una volta durante una recente apparizione come ospite in un podcast, dove ha raccontato un episodio tutt’altro che piacevole che la lega a Jonathan Bazzi, oggi scrittore affermato e voce rispettata nel panorama letterario italiano. Il racconto della giornalista ha fatto rapidamente il giro del web, riaccendendo il dibattito su un tema — il body shaming — che non smette mai di essere attuale, e soprattutto mettendo sotto i riflettori una dinamica che in molti conoscono bene: quella di chi, prima di diventare “qualcuno”, si permetteva battutine che oggi sarebbe difficile difendere. La storia tra Selvaggia Lucarelli e Jonathan Bazzi è diventata, insomma, il caso della settimana.
Il sassolino di Selvaggia: cosa ha raccontato nel podcast
Secondo quanto riportato da Biccy.it, Selvaggia Lucarelli ha scelto il contesto di un podcast per togliersi un peso che evidentemente portava da un bel po’. L’accusa è diretta e senza troppi giri di parole: Jonathan Bazzi, ai tempi del loro primo incontro, le avrebbe dato della “cicciona”. Una parola sola, pesante come un macigno, e che — come spesso accade con certi insulti — non si dimentica facilmente. Lucarelli non è certo il tipo da incassare in silenzio, ma evidentemente aveva aspettato il momento giusto per raccontare questa storia, e il formato podcast — intimo, conversazionale, capace di creare una certa complicità tra ospite e ascoltatori — si è rivelato il palcoscenico ideale.
Quello che colpisce nel racconto è la lucidità con cui la giornalista descrive l’episodio: nessuna isteria, nessuna vendetta spietata, ma la semplice volontà di dire le cose come stanno. E in un’epoca in cui il body shaming viene finalmente riconosciuto per quello che è — una forma di violenza verbale, spesso usata per sminuire e controllare — la testimonianza di una figura pubblica come Lucarelli ha un peso specifico non indifferente. Non si tratta solo di un conto in sospeso tra due persone: si tratta di un racconto che risuona con l’esperienza di moltissime donne che hanno ricevuto commenti simili e non hanno avuto né la piattaforma né la forza per rispondere.
Chi è Jonathan Bazzi e perché la cosa fa ancora più rumore
Per capire perché questa storia abbia fatto tanto scalpore, bisogna inquadrare bene Jonathan Bazzi nel contesto attuale. Oggi è uno scrittore affermato, autore di romanzi che hanno ricevuto riconoscimenti importanti e che lo hanno consacrato come una delle voci più originali e coraggiose della narrativa italiana contemporanea. La sua scrittura è nota per essere profondamente autobiografica, capace di affrontare temi scomodi con una sensibilità rara e una prosa che non lascia indifferenti.
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Ed è proprio questo il cortocircuito che ha alimentato il dibattito online: come si concilia l’immagine pubblica di uno scrittore che fa della vulnerabilità e dell’empatia i propri strumenti narrativi con l’accusa di aver usato, in passato, un termine come “cicciona” per descrivere una persona? La risposta, ovviamente, è complessa — le persone crescono, cambiano, si evolvono — ma la domanda resta legittima, e il web non ha mancato di porsela con una certa vivacità. Nessuna risposta pubblica da parte di Bazzi risulta verificata al momento della scrittura di questo articolo, e quindi il quadro rimane, almeno per ora, quello dipinto dalla sola Lucarelli.
Selvaggia Lucarelli e Jonathan Bazzi: una storia di incontri scomodi
Il rapporto tra Selvaggia Lucarelli e Jonathan Bazzi non nasce, evidentemente, sotto i migliori auspici. L’episodio raccontato nel podcast risale ai tempi del loro primo incontro — una collocazione temporale vaga, ma sufficiente a capire che si tratta di qualcosa che viene da lontano. E chi conosce anche superficialmente la storia professionale di entrambi sa che i loro percorsi si sono incrociati più volte nel corso degli anni, in contesti diversi e con dinamiche non sempre lineari.
Lucarelli è da sempre una figura polarizzante: amata per la sua schiettezza, temuta per la sua penna affilata, criticata per un’ironia che non risparmia nessuno. Bazzi, dal canto suo, ha costruito la sua identità pubblica su una narrazione di sé molto precisa, fatta di fragilità esposte e battaglie personali raccontate con coraggio. Quando due personalità così definite si scontrano — anche solo verbalmente, anche solo nel ricordo di uno dei due — il risultato è inevitabilmente esplosivo. E in questo caso, la miccia l’ha accesa Selvaggia con la tranquillità di chi sa esattamente cosa sta facendo.

Il body shaming non va in prescrizione
C’è una ragione precisa per cui storie come questa continuano a fare notizia anche quando i fatti risalgono a un passato lontano: il body shaming non va in prescrizione. Non nella memoria di chi lo subisce, e — sempre più — non nell’opinione pubblica. Dare della “cicciona” a qualcuno non è una battuta innocente, non è uno sfogo di cattivo umore: è un atto che mira deliberatamente a colpire una persona nel punto in cui si ritiene sia più vulnerabile, usando il corpo come arma.
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E il fatto che questo tipo di commenti sia stato a lungo normalizzato — nelle conversazioni tra amici, nei corridoi delle redazioni, nei salotti televisivi — non lo rende meno dannoso. Anzi, la normalizzazione è parte del problema: quante volte chi riceve questi commenti viene invitato a “non prendersela”, a “capire la battuta”, a “non essere così suscettibile”? Selvaggia Lucarelli, raccontando la sua esperienza, sceglie di non stare al gioco di quella normalizzazione. E lo fa in modo efficace, senza drammatizzare eccessivamente, ma senza nemmeno minimizzare.
È una scelta che parla a tutte le persone — e sono molte — che hanno ricevuto commenti simili e si sono sentite dire che stavano esagerando. In questo senso, la testimonianza di una figura pubblica come Lucarelli ha un valore che va ben oltre il gossip: è un piccolo atto di resistenza culturale, confezionato con la leggerezza di una chiacchierata tra amiche ma con la sostanza di un discorso molto più serio.
Il podcast come confessionale dei vip: un formato che non perdona
C’è anche un’altra lettura possibile di questa vicenda, e riguarda il formato in cui è emersa. Il podcast è diventato negli ultimi anni il luogo per eccellenza in cui i personaggi pubblici si raccontano senza filtri — o almeno con meno filtri rispetto a un’intervista televisiva tradizionale. Il ritmo è più lento, l’atmosfera è più rilassata, e questo crea le condizioni ideali perché emergano aneddoti, rivelazioni, conti in sospeso che in altri contesti non verrebbero mai a galla.
Non è un caso che sempre più spesso le notizie più succose — le rivelazioni inaspettate, le frecciate ai colleghi, i ricordi scomodi — arrivino proprio da questo formato. Il podcast funziona come un confessionale moderno: ci si siede, si parla, e a volte si dice qualcosa che rimane. L’episodio raccontato da Selvaggia Lucarelli su Jonathan Bazzi è esattamente questo: una di quelle rivelazioni che sembrano quasi casuali ma che, in realtà, sono state scelte con cura. Lucarelli sa benissimo cosa fa quando apre bocca, e il fatto che abbia scelto quel contesto per raccontare quella storia non è certamente un caso.
Resta ora da vedere se Jonathan Bazzi deciderà di rompere il silenzio — con una smentita, con una spiegazione, con una riflessione pubblica — o se sceglierà di lasciar passare la tempesta senza commentare. In entrambi i casi, il dibattito che questa storia ha riaperto sul body shaming, sulla memoria degli insulti e sulla distanza tra l’immagine pubblica e il comportamento privato è già, di per sé, il risultato più interessante di tutta la vicenda.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
